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Il teatro consiste nella messa in scena dei propri vissuti.

Attraverso l’ampli-ficazione del Mostrarsi e del farsi Consi-derare in modalità vecchie e nuove, esso implica l’educazione alla sensorialità e al proprio movimento corporeo e vocale, nel poterselo immaginare e progettare in modo consapevole e integrato, perce-pendolo nell’immagine di Sé, rappre-sentarlo e Affermarlo nei suoi aspetti valoriali anche creativi ed estetici.

La teatralità aiuta ad ottenere un maggior controllo sulla propria espressività, che non sia, però, improntato al reprimersi, ma ad aprirsi nei contesti relazionali e in codici condivisi.

Può succedere che il mancato o alterato Controllo delle nostre espressioni interferisca con pregiudizi e stereotipie dei nostri interlocutori, creando incomprensioni e fraintendimenti.

Per questo motivo è importante lavorare sulla consapevolezza di come ci si mostra e si comunica all’altro; il teatro consente proprio di integrare il rapporto tra movimento, gestualità, mimica e voce, questa non solo intesa come suono, ma anche come elaborazione di contenuti e di significati, di gestione di mezzi e di canali espressivi, di ascolto delle risonanze profonde (empatia).

Inoltre, il teatro permette di sperimentare diversi ruoli, riconoscendo la necessità per l’individuo di funzionare in modo adeguato rela-tivamente ai vari contesti, relazioni e interazioni.

Negli interventi mediati dalle tecniche teatrali si assiste all’attraver-samento di diverse Esperienze di Base, tra cui il Mostrarsi, il Gioco, la Proget-tualità attraverso l’improvvisazione e i giochi di ruolo, il Contatto, il Sentirsi e il Percepire.

A Reggio Emilia: https://www.facebook.com/ScenaTe/

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Con questo post, vorrei presentare ed invitarvi tutti al nuovo corso partito in settembre a Reggio Emilia, in collaborazione con la scuola di improvvisazione teatrale ‘Les Gramelot’ – tratta un tema per certi versi conosciuto (quello dello psicodramma) ma viene svolto con un format del tutto innovativo che esce totalmente dallo schema pratico, che vi invito a sperimentare!

Vi lascio qui la descrizione e i contatti e non aggiungo altre considerazioni semantiche laddove sarebbe bene invece provare a sentire noi stessi, il nostro corpo e il nostro linguaggio non verbale.. poi dopo ne parleremo 😉

Buona lettura e per chi ci sarà, vi aspetto:

Come posso migliorare il rapporto con me stesso, i miei colleghi, amici, il mio partner e i miei figli?
Perchè ho così tanta ansia, paura, rabbia? Cosa mi blocca?
Perchè quella cosa non mi riesce mai?
Cosa di noi stessi e delle nostre emozioni influenza i nostri risultati?
Come funziona la nostra mente, quali sono i nostri schemi?
Come possiamo cambiare quelli che non ci piacciono o che non sono più funzionali per noi?


Per mettere in moto questo cambiamento, per osservarci da un altro punto di vista, per accompagnarvi in questo viaggio giocoso e di scoperta saranno con voi un attore e una psicologa, professionisti di settori che sembrano così distanti, ma che in realtà si sovrappongono come realtà e finzione, concretezza e immaginazione, emotività e pensiero.

 Attraverso il gioco e l’improvvisazione, utilizzando l’autenticità della finzione scenica, cercheremo in modo leggero e divertente di affrontare innumerevoli tematiche, non con lo scopo di portarvi su un palcoscenico o di farvi fare lunghe terapie sul lettino, ma di fare emergere quel “te stesso” che hai già visto, provare a conoscerlo a fondo e forse cominciare a guardarlo con nuovi occhi.

Venite a provare di persona, il primo incontro è GRATUITO!

Include:

 Spazio nel guardaroba del locale
Posto auto riservato nel parcheggio del locale

informazioni aggiuntive

 Gli incontri si svolgeranno in due fasi:
nella prima si lavorerà in modo pratico, esperienziale, attraverso giochi specifici, con il linguaggio del corpo e le emozioni.
nella seconda ci sarà un momento ‘cognitivo’ di condivisione di gruppo in base alle tematiche emerse.

La nostra intenzione non è quella di lavorare su strane metodologie lunghe e complicate, ma di dare ai partecipanti degli strumenti semplici e concreti da potere mettere in pratica subito, perchè la sfida più grande è quella che stiamo vivendo: la vita.

LOGISTICA

Gli incontri di un’ora e mezza si terranno ogni MARTEDì dalle 21.15 alle 22.45 presso la scuola di improvvisazione teatrale ‘Impropongo Les Gramelot’ Via J.B.Tito, 6 – 42123 Reggio Emilia.
I partecipanti potranno accedere liberamente agli incontri da ottobre a giugno.

il primo incontro è GRATUITO

Essendo un corso abbastanza dinamico vi consigliamo di usare un abbigliamento comodo, scarpe da ginnastica pulite o meglio calzettoni antiscivolo.

 I costi varieranno dal tipo di frequenza e saranno concordati con gli insegnanti.

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per saperne di più visita il nostro sito o visitaci su facebook:
http://mcaiti.wix.com/scenate
http://www.psicologa-reggioemilia.it/
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CONTATTI:
 Dott.ssa MOREDDU SILVIA – Psicologa Clinica
– 329 6282588
MAX CAITI – attore professionista, insegnante
– 333 6981164

La rabbia è un’emozione spesso mal interpretata e considerata negativamente dalle persone.

Infatti viene frequentemente associata alla violenza e all’aggressività e difficilmente se ne riconoscono le sue qualità positive.
Ho perciò deciso di soffermarmi brevemente su alcune caratteristiche che meglio definiscono questa emozione nel suo significato e nella sua espressione.

La rabbia non è necessariamente negativa: una delle convinzioni più diffuse è che la rabbia sia un’emozione negativa, in qualche modo nociva per noi in quanto porta inevitabilmente ad uno stato di malessere. In realtà la rabbia è un’emozione come tutte le altre ed in quanto tale ha un valore importante ed una sua utilità. Il suo scopo è quello di aiutarci a percepire un’ingiustizia e di conseguenza a fronteggiarla, quindi ha l’obiettivo di fungere da segnale in particolari circostanze, come avviene ad esempio per la paura nel momento in cui ci troviamo di fronte ad un pericolo.

La rabbia è diversa dall’aggressività: queste due esperienze sono decisamente differenti. Innanzi tutto la rabbia è un’emozione e può essere provata in differenti situazioni e con diversi livelli di intensità. Ad esempio possiamo essere arrabbiati con il marito o la moglie perché non ha fatto la spesa come stabilito, piuttosto che essere arrabbiati nei confronti di una persona che tratta con crudeltà un animale.

L’aggressività invece riguarda un comportamento messo in atto per colpire qualcosa o qualcuno. Può essere un comportamento fisico come picchiare o spingere qualcuno piuttosto che verbale come nel caso degli insulti rivolti contro la persona con la quale si è arrabbiati.

Quindi se la moglie non va a fare la spesa come stabilito e tocca a noi farlo possiamo provare rabbia nei suoi confronti, ma se la insultiamo per questo o la maltrattiamo fisicamente stiamo attuando un comportamento aggressivo.
E’ importante fare questa distinzione perchè nella maggioranza dei casi l’emozione di rabbia sperimentata non è seguita da un comportamento aggressivo.

Le persone si arrabbiano in seguito a situazioni abbastanza prevedibili: in generale infatti le persone si arrabbiano quando giudicano la situazione come spiacevole o ingiusta. La rabbia può aumentare se incolpano qualcuno per la situazione o pensano che si sarebbe potuta evitare.

Allora la domanda che ci si può porre a questo punto è: come mai alcune persone si arrabbiano più spesso o con maggiore intensità rispetto ad altre?
Questo tipo di persone non sono persone a cui capita più frequentemente di trovarsi in situazioni che suscitano rabbia ma hanno una maggiore propensione a trovare nelle situazioni che vivono, caratteristiche che suscitano la rabbia. Dipende cioè da come interpretano le situazioni e da che significato danno loro. Ad esempio se qualcuno ci supera nella coda alla cassa del supermercato possiamo pensare che l’abbia fatto di proposito e voglia fare il furbo e quindi ci arrabbiamo oppure possiamo pensare che non ci abbia visto e quindi non irritarci.

La rabbia scatta nel momento in cui la nostra interpretazione della situazione o del comportamento altrui ci porta a considerarli spiacevoli, ingiusti, intenzionali, evitabili

La rabbia può essere espressa in diversi modi: probabilmente collegata alla confusione tra rabbia e aggressività c’è la convinzione comune che la rabbia debba necessariamente essere espressa in maniera aggressiva. In realtà ciò non è assolutamente vero, infatti a questa emozione, a seconda delle situazioni e delle circostanze, possiamo rispondere in diversi modi. L’aggressività rappresenta solo una della modalità, ma possiamo anche utilizzare quella assertiva, il problem solving, la distrazione ecc. L’importante è saper trovare il modo più consono alla situazione o alle persone con le quali ci confrontiamo in modo tale che sia il nostro benessere interiore che le nostre relazioni non vengano danneggiate.

La rabbia può creare molti problemi alle persone: tutti sappiamo comunque che la rabbia può creare molti problemi alle persone, ad esempio quando sfocia in aggressività e violenza diretta verso se stessi o gli altri. Tra i comportamenti aggressivi verso gli altri possiamo trovare le aggressioni fisiche, il danneggiamento di proprietà personali, le ingiurie e la diffamazione. Tra i comportamenti aggressivi rivolti verso se stessi troviamo l’abuso di alcool, l’abuso di sostanze, l’autolesionismo ecc.

Quando la rabbia diventa in qualche modo cronica, cioè diventa l’emozione dominante nella vita quotidiana delle persone, questa può avere degli effetti molto negativi sulla vita psichica e fisica e compromettere un buon funzionamento personale e relazionale. Inoltre le conseguenze di questa emozione possono frequentemente suscitare altre emozioni quali tristezza, colpa, paura che non fanno altro che alimentare il malessere percepito ed impedire un adattamento adeguato della persona al suo contesto sociale. In questi casi è utile per la persona richiedere l’intervento di uno psicologo che possa aiutarlo e supportarlo nella conoscenza e nel processo di gestione di questa emozione.

C’è chi sta male e non lo fa perché frenato dai luoghi comuni

Ci sono diversi motivi, e anche più di dieci, che le persone utilizzano per giustificare la loro resistenza ad andare da uno Psicologo, alimentati da false credenze, preconcetti, fantasie e dubbi.
Il risultato? Chi ha bisogno di aiuto non lo chiede, o aspetta anni prima di rivolgersi ad uno specialista quando ormai il convivere con i propri problemi lo ha portato allo sfinimento compromettendo in modo significativo diversi ambiti della propria vita.
Ecco una sintesi dei luoghi comuni da sfatare e di credenze da modificare per scegliere in piena libertà se abbiamo bisogno di incontrare uno psicologo.
1. “Lo psicologo cura i matti”. L’errata convinzione che lo psicologo si occupa soltanto delle forme di psicopatologia è dura a morire. Questa poggia in parte sulla confusione esistente tra psichiatra e psicologo e in parte sulla mancata conoscenza riguardo agli ambiti di intervento psicologico che spaziano dalla promozione della salute, alla scuola, alle aziende.
2. “Costa tanto”. Rivolgersi ad un professionista ha un prezzo, sia che si tratti del dentista, del cardiologo o di uno psicologo! La spesa economica a cui vogliamo sottrarci si traduce direttamente in termini di costo per la nostra serenità e benessere, sebbene questi ultimi siano difficilmente quantificabili.
3. “Ci vogliano anni di terapia”. La durata dell’intervento psicologico non può essere definita a priori, a volte possono bastare anche pochi incontri. Tutto dipende dal motivo della consultazione e solo una parte di coloro che si rivolgono ad uno psicologo necessita di un intervento psicoterapico che compete esclusivamente allo psicoterapeuta.
4. “Che cosa direbbero gli altri se sapessero che vado dallo psicologo?”. E’ importante sapere che esiste un codice deontologico che disciplina la professione secondo il quale lo psicologo ha il dovere di tutelare la privacy dei suoi clienti. Se non vuoi far sapere che ti sei rivolto ad uno psicologo basta solo che eviti di dirlo ad altre persone. Ciò, ovviamente, vale per qualsiasi altra prestazione sanitaria.
5. “A me non serve aiuto. Come sempre ce la faccio da solo”. Spesso il gesto di chiedere aiuto viene considerato un atto di debolezza ma è inevitabile che prima o poi nel corso della vita capiti di aver bisogno dell’altro. Rivolgersi ad un psicologo quando si vive un malessere o si ha un problema è invece un atto di coraggio e di responsabilità verso se stessi.
6. “Basta prendere dei farmaci”. La terapia farmacologica non può essere considerata un’alternativa. In determinati casi è necessario che questa sia integrata ad un trattamento psicologico in modo da consentire l’elaborazione dei vissuti piuttosto che evitare di parlare dei problemi.
7. “Se vado dallo psicologo ne uscirò cambiato”. Quando si vive un disagio è perché qualcosa nella propria vita non è come dovrebbe essere. Rivolgersi ad uno psicologo per poter stare meglio richiede che si compia un processo di cambiamento, la trasformazione non è solo inevitabile ma necessaria per ritrovare il proprio benessere.
8. “Quali garanzie ho che starò meglio?”. Lo psicologo può solo garantire della sua formazione professionale e sul suo impegno ad aiutarvi, se decidete di rivolgervi a lui imparerete ad accettare la vita anche senza garanzie.
9. “I panni sporchi si lavano in casa”.  Il detto popolare in questo caso non è d’aiuto poiché i problemi è meglio affrontarli con una persona diversa da noi stessi portatrice di un altro punto di vista e capace di suggerire strategie alternative a quelle che siamo solite utilizzare.
10. “Conoscendo le tecniche si può fare da soli”. L’efficacia di un intervento psicologico non è riducibile al solo impiego di tecniche specifiche il cui utilizzo avviene sempre all’interno di una relazione tra chi richiede aiuto e chi è disposto a darlo.
Sono innumerevoli le situazioni di vita che posso spingervi a richiedere un colloquio con lo psicologo … se questi dieci motivi non bastano a frenarvi significa che siete pronti per incontrarlo e migliorare voi stessi!

Buona vita!

Lo Psicologo è un professionista iscritto all’Albo, con le competenze indicate dall’art. 1 della Legge 56/89, laureato in Psicologia (Laurea quinquennale) che dopo aver sostenuto l’ Esame di Stato a seguito di un tirocinio post-lauream di un anno, si iscrive all’Albo professionale di una regione o Provincia italiana. Senza l’iscrizione all’Albo – Sez. A – non si è Psicologi, ma soltanto dottori in Psicologia.

Lo Psicoterapeuta invece é uno Psicologo o un Medico abilitato anche a svolgere attività di psicoterapia dopo aver frequentato un’ulteriore scuola di specializzazione quadriennale e pertanto sono denominati “Psicologo-Psicoterapeuta” e “Medico-Psicoterapeuta”.

Lo Psichiatra è laureato in Medicina, ed ha una specializzazione in Psichiatria con una formazione di base “medico-farmacologica”.

Counsellor and Counselling…..

La professione di psicologo , e con essa l’attività psicoterapeutica , racchiude già in sé, e con un profondo arricchimento, gli elementi caratterizzanti l’intervento di counselling.

In Italia la figura del counsellor non è regolamentata in albo professionale riconosciuto dallo Stato e per essa non vi è alcun obbligo formativo, se non autorefenziato.

Chi si professa counsellor, con prestazioni riconducibili e proprie della professione regolamentata di psicologo, come la diagnosi psicologica, ed il trattamento psicoterapeutico, incorre nell’esercizio abusivo della professione e come tale perseguibile penalmente.

FONTE: ORDINE DEGLI PSICOLOGI REGIONE UMBRIA
http://www.settimanabenesserepsicologico.it/web/chi_e_lo_psicologo/04_psicologo_psicoterapeuta_psichiatra/index.php

 – BARZELLETTA –
Un signore pensa di essere un topo:
il terapeuta: ‘ma le pare che un topo possa parlare?’
il paziente: ‘no, certo..’
T: ‘ha mai visto un topo che invece delle zampe ha le mani?’
P: ‘no, no.. in effetti.. ‘ e va via dallo studio tutto contento.
la settimana dopo ritorna, invece, del tutto angosciato chiedendogli:
‘va bene… io ho capito che non sono un topo.. ma i gatti lo sanno?’

(*testo liberamente tratto dalle lezioni di V. Guidano)

L’approccio Razionalista (o classico) ha come obiettivo quello di ripristinare l’equilibrio perso dal paziente, non ha un obbiettivo ‘temporale’, ma si fonda sulla concezione di equilibrio statico, circolare, che resta uguale: il fine della terapia è riportare il paziente a riconquistare l’equilibrio che ha perso in seguito a una fase di scompenso. Generalmente questo viene fatto con tecniche di auto-controllo nelle quali il paziente viene addestrato a modificare il dialogo interno, a dirsi delle cose diverse per fare quelle azioni che adesso non riesce a fare, ad acquisire convinzioni più razionali e adattive;

In questa relazione vi è un rapporto di tipo necessariamente pedagogico nel quale la persuasione e la retorica vengono primariamente utilizzate per modificare le strutture semantiche (il ‘come me lo racconto’) con cui la persona articola il suo significato personale. La terapia afferma che v’è stato un cambiamento quando il paziente acquisisce una modalità diversa nel dialogo interno. Il terapeuta ha bene in mente un ‘criterio di oggettività’ e critica con prove logiche, controinterrogatori, dialoghi socratici, le convinzioni del paziente finchè egli non le modifica sancendo l’avvenuto cambiamento.
L’agorafobico risponde benissimo a questo trattamento ma per lui non cambia assolutamente niente a livello implicito, la persona infatti continua a non collegare l’ansia e il senso di costrizione con, ad esempio, lo sbilanciamento del rapporto sentimentale che al momento vive. Il terapeuta gli dirà che è irrazionale il motivo per cui arriva l’ansia e gli insegnerà alcune tecniche, come medicine, per controllare questi attacchi. Ecco perchè è un cambiamento tramite retorica e persuasione: non c’è nessuna assimilazione nuova di significato ma si danno al paziente gli strumenti per ‘controllare’ il momento critico come se questo fosse una cosa che viene dal di fuori.
Il paziente fobico che acquisisce questi strumenti procede molto bene, ora sà come affrontare la situazione quando si presenta ma poi viene in studio e vi dice ‘dottore, oggi mi stava arrivando un attacco e mi sono detto: fa come dice il dottore, fa come dice il dottore e cel’ho fatta stavolta. Ma se l’attacco è più grosso ce la faccio?’. Guidano stesso, spiegando così questo approccio ammette di banalizzarlo per renderlo più chiaro nella spiegazione ma, aggiunge, è un approccio che può essere fatto anche in modo intelligente. In ogni caso il principio è che il terapeuta si deve mettere in una posizione di ‘possessore di verità’ che decide se quello che tu pensi è irrazionale o no fino a che le tue convinzioni ritenute irrazionali vengono modificate in convinzioni razionali.

Nel metodo post-razionalista invece, il paziente è visto come un entità, un ‘sistema’, che evolve in equilibrio dinamico e progressivo e che si organizza continuamente attraverso momenti di disequilibrio. Il problema quindi non è più, ovviamente, portare il sistema all’equilibrio precedente, ma far sì che possa spostarsi verso una riorganizzazione, un altro tipo di equilibrio verso cui sarebbe anche andato se fosse stato in grado, da solo, di assimiliare discrepanze, emozioni che non ha capito, che non è riuscito a decodificarsi.
L’obbiettivo della terapia, in questo caso è quindi rimettere la persona in grado di assimilare il suo materiale, che nel momento di scompenso vive come distonico: emergenze nuove che non riesce a decodificarsi (per motivi da scoprire in terapia) in modo da andare verso un equilibrio che noi, attualmente, non possiamo prevedere.
Il terapeuta pertanto interviene sul decorso di un sistema auto-organizzato (il paziente fino allo scompenso, funzionava) che ha già una sua direzione. L’importante è che non sia il terapeuta, a dare direzioni aggiuntive, magari consone con il quadro del terapeuta, ma che niente hanno a che fare con l’organizzazione strutturale di quel paziente lì.

Quindi, nel modello pedagogico si cerca di dare istruzioni al ‘sistema’ dall’esterno; invece nel modello post-razionalista si interviene sul sistema affinchè esso riesca a decodificare il proprio materiale per andare, da solo, verso un nuovo ri-equilibrio/riorganizzazione.

IL DECALOGO DELLO PSICOLOGOPSICONLINE

psiconline.it

Le dieci regole d’oro consigliate dall’Ordine degli Psicologi per un rapporto chiaro e sereno fra professionisti e cliente/paziente

Lo psicologo non prescrive farmaci e fa psicoterapia solo se è specializzato

Telefonate all’Ordine Regionale o Provinciale degli Psicologi se avete dubbi sulla specializzazione dello psicologo

Chiedetegli quale tipo di psicoterapia intende applicare con voi

E’ vostro diritto conoscere la durata approssimativa della terapia, costo delle sedute, regole del rapporto terapeutico

E’ vostro diritto interrompere la terapia se non dà risultati

Lo psicologo è obbligato al più assoluto segreto professionale

Con lo psicoterapeuta non si fa amicizia, non si fa psicoterapia con gli amici

Lo psicologo non propone al suo paziente affari economici

Lo psicologo non accetta compensi al di fuori di quelli pattuiti

Chi richiede al servizio pubblico lo psicologo può rifiutare colloqui preliminari con psichiatri o assistenti sociali

Che cosa sono?

I disturbi o disfunzioni sessuali sono caratterizzati da difficoltà psicologiche che ostacolano o impediscono il rapporto sessuale. Più specificamente, la persona con tali disturbi tende a vivere l’eventualità di un rapporto sessuale come un “evento problematico” che suscita emozioni negative (es. ansia, disgusto, sensi di colpa, vergogna, tristezza, rabbia) che,  a loro volta, impediscono o ostacolano il rapporto stesso.
Affinché si possa parlare di disturbo sessuale, tuttavia, è necessario che le difficoltà percepite dal soggetto, nonché le relative implicazioni sul comportamento sessuale, si manifestino in maniera frequente, causando una consistente compromissione della sessualità ed una significativa sofferenza soggettiva.
Con il passare del tempo, inoltre, la frustrazione e lo stress causati da tali disturbi possono condizionare negativamente il rapporto con il/la partner, provocando crisi, separazioni o, più in generale, una progressiva riduzione dell’attività sessuale.
I disturbi sessuali possono essere meglio compresi se riferiti alle varie fasi che costituiscono il rapporto sessuale; tali fasi sono:

  1. fase del desiderio, caratterizzata da fantasie che riguardano l’attività sessuale;
  2. fase dell’eccitazione, che consiste in una sensazione soggettiva di piacere sessuale,  accompagnata da concomitanti modificazioni fisiologiche (es. nell’uomo la tumescenza e l’erezione del pene; nella donna la vasocongestione pelvica, la lubrificazione e la dilatazione della vagina);
  3. fase dell’orgasmo, picco di piacere sessuale che produce contrazioni ritmiche sia dei muscoli perineali che degli organi riproduttivi, generando l’allentamento della tensione psico-fisica dell’individuo;
  4. fase della risoluzione, ossia la sensazione di rilassamento muscolare e di benessere generale che si sperimenta alla fine del rapporto.

Le disfunzioni sessuali si verificano in una o più di tali fasi e si dividono in:

Disturbi del Desiderio Sessuale

  1. disturbo da desiderio ipoattivo
  2. avversione sessuale

Disturbi dell’Eccitazione Sessuale

  1. disturbo dell’erezione nell’uomo
  2. disturbo dell’eccitamento sessuale nella donna

Disturbi dell’Orgasmo

  1. eiaculazione precoce nell’uomo
  2. anorgasmia o frigidità nella donna

Dsturbi da Dolore Sessuale

  1. dispareunia, sia maschile che femminile
  2. vaginismo femminile

Ciascuna di queste disfunzioni può essere presente fin dall’inizio dell’attività sessuale (disfunzione sessuale permanente o primaria) oppure svilupparsi dopo un periodo di sessualità vissuta “normalmente” (disfunzione sessuale acquisita o secondaria); inoltre, può essere limitata a specifiche stimolazioni, situazioni o partner sessuali (disfunzione sessuale situazionale) oppure generalizzata a più contesti (disfunzione sessuale generalizzata).

  STRESS
– lavoro correlato
– acuto
– sindrome generale da adattamento

 DISTURBI D’ANSIA

– disturbo di panico
– disturbo d’ansia generalizzato
– fobia specifica
– fobia sociale
– disturbo post-traumatico da stress
– disturbo acuto da stress
– disturbo ossessivo compulsivo
– ipocondria

DISTURBI DELL’UMORE

– depressione
– mania
– disturbo bipolare

DISTURBI DISSOCIATIVI

– amnesia dissociativa
– fuga dissociativa
– disturbo dissociativo dell’identità
– disturbo di depersonalizzazione

DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE

– anoressia
– bulimia
– binge disorder (disturbo da alimentazione incontrollata)

DISTURBI SESSUALI

– disturbi del desiderio sessuale
– disturbi dell’eccitazione sessuale
– disturbi da dolore sessuale
– disturbi dell’orgasmo

DISTURBI DI PERSONALITA’

– disturbo paranoide di personalità
– disturbo schizoide di personalità
– disturbo schizotipico di personalità

– disturbo antisociale di personalità
– disturbo borderline di personalità
– disturbo istrionico di personalità
– disturbo narcisistico di personalità

– disturbo evitante di personalità
– disturbo dipendente di personalità
– disturbo ossessivo compulsivo di personalità

DISTURBI PSICOTICI

DISTURBI DELL’INFANZIA E ADOLESCENZA

– Ritardo mentale- Disturbi dell’apprendimento
– Disturbo delle capacità motorie
– Disturbi della comunicazione
– Disturbi generalizzati dello sviluppo
– Disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD)
– Disturbo della condotta
– Disturbo oppositivo di tipo provocatorio
– Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione dell’infanzia o della prima fanciullezza
– Disturbi da tic
– Disturbi della evacuazione
– Disturbo d’ansia di separazione
– Mutismo selettivo
– Disturbo reattivo dell’attaccamento dell’infanzia e della prima fanciullezza